“Quando l’urbanistica si piega al cemento, anche l’interesse comune è piegato”

ALGHERO – “C’è un momento, nei procedimenti urbanistici, in cui la forma resta intatta ma la sostanza
cambia completamente. Tutto appare corretto: un’istruttoria positiva, una commissione
convocata, interventi istituzionali, un voto finale favorevole. Eppure, dentro questa sequenza
apparentemente lineare, si consuma uno slittamento più profondo: la pianificazione non
guida più le trasformazioni, ma finisce per inseguirle.
La scena è ormai ricorrente. Il presidente apre la seduta richiamando un obbligo
procedurale, in questo caso il decreto Floris del 1983, chiarendo fin da subito che la
commissione è chiamata sostanzialmente a una presa d’atto di quanto già definito dagli
uffici. L’assessore interviene subito dopo e colloca la pratica all’interno di una continuità
amministrativa: casi simili sono già stati affrontati e il criterio seguito è sempre stato quello
della conformità al piano di conservazione e valorizzazione delle aree di bonifica. Il dirigente
rafforza questa impostazione restando su un piano strettamente numerico: ettari, cubature,
numero di camere per superficie fondiaria. Nessun consigliere pone domande, nessuno
chiede chiarimenti sul merito urbanistico dell’intervento. Si arriva rapidamente al voto, che
conferma quanto già implicitamente deciso.
In questo caso, però, alcuni elementi del verbale rendono ancora più chiaro il quadro.
L’intervento riguarda la società agricola Agribel S.r.l., che presenta per la terza volta una
richiesta di incremento volumetrico oltre la soglia dei 3.000 metri cubi. L’azienda ha già
sviluppato circa 10.000 metri cubi e richiede un ulteriore incremento pari a 1.676 metri cubi
per la realizzazione di 24 posti letto. Il tutto all’interno di una proprietà di circa 25 ettari, che –
sulla base dei parametri applicati – consentirebbe teoricamente fino a 30 posti letto. È su
questo equilibrio numerico che si fonda l’esito positivo dell’istruttoria.
Il punto, però, non è ciò che viene detto. È ciò che non viene detto. Nel corso della
discussione non si affronta mai la questione della compatibilità urbanistica della funzione, né
quella della destinazione d’uso, né tantomeno il tema del carico insediativo complessivo.
Tutto viene ricondotto a un unico asse interpretativo: la disponibilità di volumetria e il rispetto
di parametri quantitativi. È qui che si produce la torsione più significativa. L’urbanistica, da
disciplina che governa l’equilibrio del territorio, viene ridotta a una contabilità edilizia.
In questo passaggio assume un ruolo centrale – e profondamente frainteso – il cosiddetto
piano di gestione e valorizzazione. È necessario dirlo con chiarezza: non si tratta di un
“piano urbanistico” in senso proprio. Non è contemplato come tale dalla legislazione
urbanistica sarda, non è previsto dalla Legge Regionale 45/1989 Sardegna tra gli strumenti
di pianificazione, e soprattutto non ha efficacia conformativa sui suoli. La sua origine è
diversa. Discende dal sistema delineato dal Decreto Legislativo 42/2004, all’interno del
quale assume la funzione di strumento operativo e programmatico per l’attuazione delle
politiche di tutela e valorizzazione del paesaggio.
Questo significa che il piano di valorizzazione non attribuisce diritti edificatori e non può
sostituire la pianificazione urbanistica comunale. La sua efficacia è necessariamente
mediata: deve essere coordinato con il piano urbanistico comunale, il PUC.
È solo questo strumento che può tradurre quelle indicazioni in regole vincolanti. In assenza
di questo coordinamento – ovvero in assenza di un PUC adeguato al piano paesaggistico –
il piano di valorizzazione resta ciò che è: un quadro di indirizzo, non un titolo abilitante.

In termini semplici: è come se si stesse usando un documento che serve a dare indicazioni
generali – una guida – come se fosse invece un’autorizzazione a costruire. Ma quella
funzione, per legge, spetta solo al piano urbanistico del Comune. Per questo si parla di
deroga, che nei fatti produce effetti simili a una modifica delle previsioni urbanistiche, senza
però seguire il percorso ordinario previsto per le varianti.
È qui che si produce il cortocircuito. Nel dibattito in commissione, il piano di conservazione e
valorizzazione viene evocato come se fosse un piano urbanistico vero e proprio capace di
legittimare direttamente l’intervento. Si afferma, in sostanza, che “se il piano lo prevede,
allora si può fare”. Ma questo passaggio non è neutro. Senza un recepimento all’interno
dello strumento urbanistico comunale, quelle previsioni non possono tradursi in edificabilità.
Dietro il linguaggio tecnico, fatto di rapporti tra ettari e camere, si nasconde una
trasformazione ben più sostanziale. Si sta passando da un uso agricolo del territorio a una
funzione turistico-ricettiva di scala non trascurabile, soprattutto se analizzata nel suo
complesso e non per singoli interventi presi isolatamente. La distinzione non è secondaria.
Esiste una differenza profonda tra un’ospitalità connessa all’attività agricola e una struttura
ricettiva che utilizza l’agricoltura come cornice. Quando le volumetrie aumentano, quando le
camere si moltiplicano e quando l’organizzazione dell’attività assume una dimensione
imprenditoriale, il rischio è che l’agricoltura diventi un elemento accessorio, quasi una
giustificazione.
In questo contesto, la commissione urbanistica perde progressivamente la sua funzione di
verifica. Da luogo di confronto e valutazione diventa un passaggio formale, una sede di
ratifica. Il fatto che nessun consigliere intervenga non è un dettaglio marginale, ma il segnale
di un sistema che ha smesso di interrogarsi sui propri presupposti. La decisione è già presa
altrove, e la commissione si limita a prenderne atto.
Il ricorso continuo ai numeri contribuisce a rafforzare questa dinamica. Ettari, cubature,
parametri quantitativi diventano il linguaggio dominante, spostando l’attenzione dalla qualità
della trasformazione alla sua misurabilità. Ma l’urbanistica non può essere ridotta a questo.
Riguarda la funzione dei luoghi, l’equilibrio tra attività e l’impatto complessivo sul territorio.
Quando questi elementi scompaiono dal dibattito, resta solo una logica contabile che finisce
per legittimare qualsiasi intervento purché rientri in un certo schema numerico.
Il risultato non è una violazione esplicita delle regole, ma qualcosa di più sottile e, per certi
versi, più insidioso. È un’elusione della pianificazione urbanistica. Non si modifica
formalmente il piano regolatore, non si procede con varianti, non si ridefiniscono le
destinazioni d’uso. Tuttavia, nella sostanza, si consente l’introduzione di nuove funzioni e di
nuovi carichi insediativi attraverso strumenti che non sono stati pensati per questo scopo.
Questo non è solo un problema tecnico. Riguarda direttamente la qualità del territorio, la sua
sostenibilità e l’interesse collettivo.
Come associazione impegnata nella tutela del territorio e del paesaggio, riteniamo che
questa dinamica rappresenti un punto critico che non può essere ignorato. Da tempo
segnaliamo come l’assenza di una pianificazione urbanistica aggiornata e pienamente
operativa esponga il territorio a trasformazioni guidate attraverso logiche procedurali che
finiscono per sostituirsi a una visione complessiva del territorio.

Alla fine, la questione si riduce a una domanda fondamentale: è la pianificazione a guidare
le trasformazioni del territorio, o sono le trasformazioni a piegare la pianificazione?
Quando un piano programmatico viene utilizzato come fonte di edificabilità, quando la
verifica urbanistica si riduce a un calcolo e quando gli organi deputati al controllo si limitano
a ratificare decisioni già prese, allora la risposta appare evidente.
Non è necessario ricorrere a toni polemici per cogliere il problema. Basta osservare con
attenzione il funzionamento concreto del sistema. Ogni passaggio, preso singolarmente, può
apparire ragionevole. Ma nel loro insieme questi passaggi producono un effetto preciso:
l’urbanistica smette di essere uno strumento di governo del territorio e diventa un dispositivo
di adattamento alle pressioni edificatorie.
Per questo riteniamo necessario riportare al centro il ruolo della pianificazione urbanistica, o
quantomeno della verifica di compatibilità urbanistica, come strumento di governo
consapevole delle trasformazioni, capace di valutare non solo quanto si costruisce, ma cosa
si costruisce, dove e con quali effetti sul territorio.
E quando questo accade, il titolo non è più una provocazione. Diventa una constatazione.
Quando l’urbanistica si piega al cemento, anche l’interesse comune è piegato”.

Maria Antonietta Alivesi “Punta Giglio Libera. Ridiamo vita al Parco”