Carceri 41bis in Sardegna, l’opinione del consigliere Colledanchise

ALGHERO –  «Il 41-bis non è in discussione. È uno strumento essenziale dello Stato contro la criminalità organizzata. Proprio perché è una misura eccezionale, la sua applicazione deve rispondere a un principio altrettanto eccezionale: la proporzionalità territoriale». Lo dichiara Marco Colledanchise, consigliere comunale di Alghero e componente del gruppo civico Orizzonte Comune, movimento guidato dall’assessore regionale Franco Cuccureddu, intervenendo nel dibattito sulla concentrazione dei detenuti in regime di 41-bis negli istituti penitenziari della Sardegna.

«Se una quota molto significativa dei detenuti 41-bis italiani viene concentrata negli istituti di Uta, Sassari e Nuoro – afferma Colledanchise – la questione non è emotiva. È strutturale. È proporzionato che una Regione con una delle più basse incidenze storiche di criminalità organizzata strutturata diventi uno dei principali poli nazionali dell’alta sicurezza?».

Il consigliere precisa che la sua posizione non è una provocazione né una messa in discussione della fermezza dello Stato, ma «una domanda di equilibrio istituzionale».

«La distribuzione delle funzioni più delicate dello Stato non può basarsi sulla comodità geografica. Non può essere: “è un’isola, è lontana, è logisticamente utile”. Deve essere fondata su criteri chiari e pubblici: capacità infrastrutturale reale, dotazione stabile di personale specializzato, sostenibilità sanitaria – medicina protetta inclusa – ed equilibrio complessivo tra territori. Se questi criteri esistono, vengano illustrati. Se non esistono, si costruiscano prima di concentrare».

Colledanchise richiama inoltre un punto che definisce «particolarmente serio» sul piano strategico e reputazionale.

«Quando una Regione assume una quota rilevante dell’alta sicurezza nazionale cambia il suo posizionamento nel sistema Paese. Non solo in termini amministrativi, ma anche in termini di percezione. Un territorio vive anche di come viene rappresentato. Se la Sardegna diventa stabilmente associata al circuito del carcere duro, qualcuno – dentro e fuori – finirà per sintetizzare in modo sbagliato: “Sardegna = 41-bis”, “Sardegna = criminalità di alto livello”. Io questa semplificazione non la accetto. Perché la Sardegna non è questo».

Il consigliere riconosce che possono emergere preoccupazioni nella comunità locale rispetto alle possibili dinamiche collegate a una concentrazione significativa di detenuti in regime speciale.

«C’è chi teme effetti legati alla prossimità delle famiglie, a movimenti economici collegati o a presenze che nel tempo potrebbero incidere sugli equilibri territoriali. Sono preoccupazioni comprensibili. Da sardo non le liquido con superficialità. Ma da rappresentante delle istituzioni devo essere chiaro: senza dati certificati non si trasformano percezioni in accuse».

Secondo Colledanchise, «il modo serio di affrontare questi timori non è alimentare allarmismi, ma rafforzare prevenzione, controlli economici, presìdi investigativi e trasparenza amministrativa».

Infine, il richiamo alla responsabilità dello Stato nel governare le proprie scelte.

«Se la Sardegna deve ospitare una quota rilevante di 41-bis, allora devono crescere in modo proporzionale e verificabile organici e risorse, sanità penitenziaria, strumenti di controllo patrimoniale e coordinamento tra livelli istituzionali. Altrimenti non è una strategia. È semplice trasferimento».

E conclude: «La Sardegna è parte piena della Repubblica. Non rifiuta responsabilità nazionali. Ma non può essere considerata una soluzione geografica ai problemi altrui. Chiedere proporzionalità non significa indebolire lo Stato. Significa pretendere che lo Stato sia giusto nella sua forza. E la giustizia, prima ancora delle sbarre, si misura nell’equilibrio»