ALGHERO – “La tragedia di La Spezia rappresenta uno squarcio brutale nel velo di normalità della nostra quotidianità e ci costringe a guardare dritto negli occhi una realtà in cui la vita umana sembra aver smarrito il suo vero valore.
Oggi, ci troviamo di fronte a un nichilismo che non è solo assenza di regole, ma una profonda mancanza di senso. È quel vuoto che riduce l’altro a un oggetto, a una proiezione della propria rabbia o, peggio, della propria noia, poiché dove non c’è risonanza emotiva, il dolore altrui non viene percepito come tale, ma come un dato neutro, un rumore di fondo.
Il disagio giovanile oggi non è più un fenomeno di marginalità sociale classica, ma un vuoto esistenziale che attraversa ogni classe sociale, nutrito da una cultura dell’apparire e dal dominio della Tecnica. In questo scenario, l’essere umano conta solo in funzione della sua immagine o della sua forza prestazionale, e i sentimenti, considerati “irrazionali” e improduttivi, vengono espulsi dall’orizzonte quotidiano. In questo contesto, l’idea che l’inasprimento delle pene sia l’unica soluzione appare come una risposta parziale e quasi rassegnata. Un modo meschino di lavarsi la coscienza. Perché come spesso accade, la legge interviene sempre quando il fallimento è già avvenuto e una vita è già stata spezzata; la giustizia, dunque, può sanzionare l’atto, ma non può nulla contro la “morte del cuore” che lo ha preceduto.
La severità della punizione può servire da deterrente o da risarcimento morale, ma non ha il potere di riempire il deserto affettivo e valoriale in cui molti ragazzi crescono privi di bussole emotive. Abbiamo delegato l’educazione dei sentimenti agli algoritmi e all’efficienza dei dispositivi, trasformando il successo materiale nell’unico metro di giudizio. Abbiamo smesso di insegnare ai giovani a “sentire” la differenza tra il bene e il male, lasciandoli soli nel mare aperto di un presente assoluto, privo di prospettive future.
Bisogna avere il coraggio di ragionare sul vuoto della nostra società, sulla scuola che spesso si limita a istruire senza educare, e su quanto manchi una presenza adulta capace di essere testimone di senso. Senza un investimento profondo sulla capacità di ascoltare il silenzio che precede la tempesta, continueremo a trovarci attoniti davanti a fatti di sangue che sono l’ultimo atto di una tragedia iniziata molto prima. La vera sfida è costruire un tessuto di comunità dove la vita torni a essere percepita come un bene indisponibile e prezioso, sottraendola alla banalità di un male che nasce nel momento esatto in cui smettiamo di riconoscerci”.
Giancarlo Balbina