“Il silenzio del Pd davanti al fallimento della Todde e’ imbarazzante”

CAGLIARI – “Il silenzio del PD davanti al fallimento del metodo Todde
C’è un silenzio che ormai pesa quasi quanto gli errori.
È il silenzio del Partito Democratico sardo.
Da mesi emergono crepe profonde nel governo regionale: sanità in affanno, trasporti senza una visione convincente, gestione di Abbanoa ancora da chiarire fino in fondo, contributi distribuiti con logiche troppo spesso più utili agli equilibri politici che a una vera programmazione, servizi essenziali governati con approssimazione, comunicazione rassicurante e risultati annunciati più che dimostrati.
E il PD?
Tace.
O parla poco, con prudenza, quasi sempre dopo, quasi mai prima.
Eppure il Partito Democratico non è uno spettatore esterno. È il principale partito della maggioranza. È il partito che ha contribuito in modo decisivo alla vittoria di questa esperienza di governo. È il partito che, più di altri, dovrebbe sentire il dovere di distinguere tra lealtà alla coalizione e rinuncia al proprio ruolo politico.
Perché una cosa è sostenere una Giunta.
Altra cosa è diventare la copertura silenziosa dei suoi errori.
La sanità è il caso più evidente. La Presidente Todde ha scelto di tenere per sé la delega dopo la fine dell’esperienza Bartolazzi. Ha voluto concentrare Presidenza e Sanità nelle stesse mani. Ma i risultati, quelli veri, non si misurano nelle interviste. Si misurano nei Pronto Soccorso, nei reparti, nelle liste d’attesa, nei territori senza medici di base, negli specialisti che lasciano il sistema pubblico, nei servizi annunciati che devono ancora dimostrare di funzionare davvero.
In queste settimane abbiamo visto tutto: gettonisti sostituiti da altre forme emergenziali di copertura, prestazioni aggiuntive volontarie diventate essenziali per tenere aperti reparti, medici chiamati a salvare servizi e poi lasciati nell’incertezza retributiva e fiscale, Case e Ospedali di comunità raccontati come traguardi mentre gli atti parlano ancora di criticità, cronoprogrammi, varianti e contratti da chiarire.
E allora la domanda al PD è semplice: intende continuare a tacere?
Intende limitarsi a garantire numeri in Consiglio regionale?
Intende lasciare che la sanità resti nelle mani di una Presidente che ha trasformato una delega delicatissima in una prova di autosufficienza politica?
Oppure vuole finalmente assumersi una responsabilità diretta?
Perché il PD, volendo, avrebbe anche le competenze in casa.
Un esempio, senza giri di parole, è il suo segretario regionale, l’onorevole Silvio Lai. Una figura che conosce la politica regionale, conosce il sistema sanitario sardo, ha esperienza istituzionale, formazione politica e capacità tecnica sufficienti per affrontare una fase così difficile. Il suo profilo pubblico ricorda anche il lavoro svolto in Consiglio regionale nella Commissione Sanità, materia che non si improvvisa.
Non è necessario trasformare questa considerazione in una investitura personale.
Ma è necessario dire una cosa: il PD non può continuare a comportarsi come se non avesse uomini e donne in grado di dare un contributo più serio, più competente, più ordinato e più politico di quello che oggi vediamo.
E non mi si opponga, in modo strumentale, il tema dell’attività privata o di possibili conflitti di interesse. Ogni profilo andrebbe verificato, dichiarato e gestito con trasparenza, come dovrebbe valere per tutti. Ma il conflitto di interessi non può essere evocato solo quando serve a bloccare una competenza e dimenticato quando riguarda altri incarichi, altre nomine, altre relazioni, altre convenienze.
La garanzia vera non è l’assenza astratta di qualunque relazione con il mondo reale.
La garanzia vera è la trasparenza.
È la competenza.
È la responsabilità diretta.
È la capacità di rispondere degli atti che si compiono.
Lai, se chiamato ad assumere una responsabilità di governo sulla sanità, non sarebbe un corpo estraneo alla maggioranza. Sarebbe il massimo rappresentante politico del partito che più fedelmente sostiene la Giunta Todde. Per la Presidente, dunque, dovrebbe essere una garanzia, non una minaccia.
A meno che il problema non sia il timore di avere accanto qualcuno capace di leggere le carte, parlare con i direttori generali, distinguere un annuncio da un servizio, pretendere dati, fare pulizia, programmare e dire no quando serve.
Il punto, però, è più grande del nome di Lai.
Il punto è il ruolo del Partito Democratico.
Perché non ci eravamo proposti per sostituirci a chi c’era. Volevamo cambiare!
E cambiare significa anche non accettare in silenzio ciò che si sarebbe contestato duramente agli altri.
Significa non difendere per disciplina di coalizione una gestione sanitaria confusa, accentrata e sempre più lontana dai reparti.
Significa non far finta che le Case di comunità funzionino solo perché compaiono nei comunicati.
Significa non raccontare come programmazione ciò che spesso appare come rincorsa all’emergenza.
Significa non coprire con la parola “stabilità” una politica che, in realtà, vive di correzioni, sostituzioni, revoche, commissariamenti bocciati, vertenze aperte e annunci da verificare.
Il PD deve decidere che cosa vuole essere.
Il partito che garantisce la sopravvivenza numerica della Giunta?
O il partito che pretende una svolta vera nel metodo e nel merito?
Perché se continua a tacere, quel silenzio non sarà più prudenza.
Sarà corresponsabilità.
E a quel punto non basterà dire, tra qualche mese, che la situazione era difficile, che i problemi venivano da lontano, che bisognava dare tempo, che Roma imponeva equilibrio, che la coalizione andava preservata.
La politica serve a vedere prima.

Non a prendere le distanze quando il danno è già fatto.
Il PD sardo ha ancora la possibilità di scegliere.
Può continuare a proteggere il metodo Todde.
Oppure può imporre finalmente il cambiamento che aveva promesso ai sardi.
Tacere, ormai, è una scelta.
E anche una responsabilità”

Roberto Capelli, coordinatore regionale Base Popolare